
Ludvík Vaculík
Con i Cavalli in Moravia
Viaggio al Praděd
traduzione italiana di Chiara Baratella
titolo originale: Cesta na Praděd
Edizioni Santi Quaranta,
Treviso, 2004.
il libro
Un pomeriggio di agosto del 1966, approfittando di una tregua della pioggia, Špička, redattore di una rivista di agraria, e Josef, originale direttore di una piccola scuola di agraria, fotografo dilettante e appassionato di cavalli, partono per un viaggio di due settimane che li condurrà in vetta al mitico monte del Praděd, il monte più alto di tutta la Moravia. Partono con un carro trainato da due cavalle e sei destrieri, percorrono strade di campagna, attraversano i prati e i campi della Boemia occidentale, spingendosi per un tratto anche oltre il confine con la Polonia, e rientrando poi in Moravia per giungere finalmente al monte del Bisnonno.
L’idea del viaggio nasce come fuga dal reale ed è perciò circonfusa della magia di un romantico peregrinare lungo un percorso scelto accuratamente per evitare le grandi direttrici ed immergersi nella campagna boema. Un cammino fuori dal tempo, lento come lenta è l’andatura del cavallo, dove ogni piccolo mutamento di paesaggio ha significato perché percepito come un evento, dove anche un piccolo cambiamento del tempo è colto da segnali olfattivi e cromatici. È un viaggio in cui perdersi nelle riflessioni, immergersi nelle sensazioni che il corpo percepisce a piene mani a contatto diretto con la natura e con il mondo, abbandonandosi a ritmi dimenticati.
Il lettore amerà questa narrazione immedesimandosi nella cronaca dell’autore, nel suo sentire il viaggio, commuovendosi per questo ultimo e tardivo saluto che egli porge all’amico che ora non c’è più, affettuoso omaggio al compagno scomparso, estremo tributo ad un’amicizia così forte da valicare i confini della stessa morte. Josef, infatti, è morto nel 1997 e Ludvík Vaculík ha deciso di pubblicare questo diario di viaggio, rimasto a lungo rinchiuso in un cassetto, solo in sua memoria: perché questo viaggio parla anche di lui, un’ultima volta e per sempre.
Chiara Baratella
l’autore
Ludvík Vaculík, giornalista e scrittore moravo, nacque a Brumov il 23 luglio 1926. Terminati gli studi universitari lavorò come redattore per la casa editrice Rudé právo, per la radio cecoslovacca e per la rivista letteraria Literární Noviny. Membro del partito comunista cecoslovacco dal 1946, fu da esso espulso nel 1967; venne in seguito riabilitato durante il periodo della Primavera di Praga per poi esserne estromesso definitivamente nel 1969. Nel 1968/69 fu portavoce di una corrente riformista e autore di un manifesto Dva tisíce slov. In seguito fu perseguitato come oppositore di regime sia culturale che politico, perse il lavoro e non fu più pubblicato. Ciò avvenne anche per esser stato uno dei firmatari della Charta 77. Nel 1977, infatti, il processo a un gruppo rock – i Plastic People of the Universe – portò duecentoquarantatre scrittori, artisti e intellettuali a sottoscrivere una richiesta di rispetto dei più elementari diritti umani, che divenne una sorta di catalizzatore degli oppositori del regime. Negli anni successivi alla sua espulsione dal circuito letterario e giornalistico ufficiale, diresse la casa editrice di samizdat Edice Petlice, muovendosi, di fatto, all'interno dell'estesa letteratura non ufficiale del periodo. Dagli anni Novanta, dopo la Rivoluzione di velluto, i suoi libri sono comparsi di nuovo in libreria. Attualmente scrive nella rivista letteraria Literární Noviny tiene la rubrica settimanale Poslední slovo, nel quotidiano Lidové Noviny.
recensione in
L’Osservatore Romano
9 marzo 2005
Un viaggio a cavallo sotto i cieli della Moravia. Un paio di settimane al ritmo sussultorio e irregolare d’un carro tirato da una coppia di cavalli, tra Cecoslovacchia e Polonia, non sembrerebbe tema da romanzo. E invece lo è per la penna sensibile e intelligente d’uno scrittore dell’Est, contemporaneo, che lo ha pubblicato appena tre anni fa.
Un percorso geografico, come si evince dal titolo, che si sviluppa subito come contrapposizione filosofica e morale tra una dimensione temporale che al passo del cavallo misurava passato e presente e il nostro tempo attuale che non ha più misure né per il suo presente né per il suo futuro: un diverso, anzi, inverso modo di vivere, pensare, comunicare. E di amare, anche, se è vero che, al centro del cammino, l’autore mette una donna misteriosa e simbolica, intrigante e soave, che da il via a un inatteso itinerario affettivo.
Ma non è il caso di sintetizzare tempi o fatti, spostamenti o progressioni di trama: si tratta d’un viaggio, lungo, lento lineare, attraverso cieli e territori diversi, genti e città sconosciute, tra mille disagi e disguidi, imprevisti e sprovvedutezze, sviste, crisi e ritardi. Al calmo incedere degli animali, al loro antico zoccolìo che è partitura stessa di questo «battere» e «levare» narrativo, s’accompagnano intermittenti scansioni di naturalismo paesaggistico dagli struggenti colori, nonché recuperi di storia patria di vivace memoria singola e collettiva.
Un altro mondo per chi volesse tirare il fiato dall’attuale coazione alla velocità e alla sbadatezza, dall’incalzante disumanità dei comandi al «presto», se non al «subito». Ciò che ha già fin troppo intaccato il sottile intreccio di anima a natura, di naturalezza e semplicità, di velocità meccanica e prontezza dello spirito.
Claudio Toscani
recensione in
Il Nostro Tempo
13 marzo 2005
Lo smagliante romanzo dello scrittore ceco Ludvík Vaculík. Con i cavalli nelle pianure moldave alla scoperta di un mondo dimenticato. Il fascino della natura, del viaggio, tra scenari europei desueti, la simbiosi dell’uomo con l’animale per eccellenza delle pianure, il cavallo: il romanzo dello scrittore ceco Ludvík Vaculík, Con i cavalli in Moravia proposto in bella edizione dalle edizioni Santi Quaranta è tutto questo e molto altro ancora, con l’aggiunta di una scrittura smagliante ed evocativa.
Vaculík è uno scrittore famoso in patria, e al tempo del regime comunista ha fatto parte della nomenklatura. Sorte di molti intellettuali cechi all’epoca, dopo essere stato cacciato come dissidente nei primi anni Settanta, è stato uno degli estensori della Charta 77 , il manifesto che diede avvio alla Rivoluzione di velluto.
Ultimi anni del comunismo in Cecoslovacchia, il romanzo narra di un lungo viaggio di vacanza-esplorazione, di diporto e transumanza equina di una comitiva di cui fanno parte l’io narrante, giornalista e intellettuale praghese, il suo amico Josef, ruvido e lunatico, preside di una scuola agraria, e diversi studenti. Un viaggio per le pianure moldave con senso dell’avventura e suggestioni da epopea western, verso la mitica montagna del Praděd, nume tutelare al confine con la Polonia. Una storia d’iniziazione al respiro della natura e di amicizie incrociate, secondo ritmi desueti, sicché la nostalgia di un mondo perduto è tutt'uno con la verità del racconto: «Con il venir meno del tempo dei cavalli il fluire di questo mondo è diventato incomprensibile». Varie le disavventure della carovana in viaggio per lande, foreste, campi di fango, paesi, osterie e masserie, castelli e fienili, fiumi e pantani, alternando discussioni e impressioni, tra piogge, furti, litigi con gli abitanti, curiosità e dinieghi, suggestioni di contrade della Boemia, a suo tempo roccaforti di eretici hussiti, luoghi di antiche battaglie, stragi, roghi, feroci oppugnazioni religiose, patiboli, caccia alle streghe. Si trova anche il tempo di organizzare proiezioni di documentari ippici in scalcinate sale di cooperative e di aziende agricole, quando l’indolenza di una società totalitaria si rivela in tutto il suo squallore. Ma c'è anche tempo per ottenere momentaneo sfogo sentimentale ed erotico con donne misteriose proprietarie di gatti stregoneschi. E ancora, incontri, sotterfugi, generosità e piccinerie, mangiate e sbornie, dissertazioni filosofiche spicciole, desideri sensuali, traversate di campi di avena, di boschi di abeti e betulle, sapori e odori, sensazioni, sogni, reminiscenze, questo e molto altro in una storia piena di storie, nel caleidoscopio di un viaggio pieno delle piccole magie che dalla terra morava esalano da tempo immemorabile. Arriveranno alla fine i nostri alle pendici del monte Praděd. La montagna mitica li attende, forse per dare loro un risposta da oracolo. Ma la carovana non salirà mai sulla montagna. Non è stata importante la meta quanto, alla maniera dei viaggi incantati di Chatwin in Patagonia, il viaggio incantato per raggiungerla. Scritto negli anni del tramonto dei regimi comunisti nell’Europa dell’est e rivisto negli anni recenti della Cecoslovacchia libera, il romanzo ci parla di atmosfere ottuse e intimidazioni burocratiche, quando il futuro per quella gente era stagnante e senza sbocchi. Ecco allora una geniale forma di evasione al grigiore, quasi una resistenza mentale e creativa: viaggiare, aderire ai ritmi della natura, quasi una trasmigrazione a cavallo verso una montagna sacra, traversando contrade gravide di storia e leggenda. Questo nucleo è senz’altro il midollo fascinoso del romanzo e l’eccessiva lentezza del racconto, come il dipanarsi del tempo di un mondo altro, per certi versi disturba e per altri attira).
Romanzo ecologico, storico, ideologico questo di Vaculík dove la natura avvolge e il respiro del passato trasporta voci di un mondo in parte scomparso e in parte in via di estinzione in regioni che stanno entrando nel ritmo frenetico di un mondo globalizzato.
Luca Desiato
recensione in
Il Foglio
19 luglio 2005
«La velocità di un cavallo, anche se lanciato al galoppo, è ancora dimensione conforme alla natura, e forse è la massima velocità che un uomo avverte come naturale: oltre, si passa a una velocità creata artificialmente. Quest’uomo che va così veloce è un uomo cambiato. Su questo sarebbe bene riflettere, e non certo per sentimentalismo.» Nonostante si tratti dell’ennesimo elogio della lentezza e l’autore sia un famoso cecoslovacco, la citazione non è tratta da Milan Kundera. Ludvík Vaculík ha poco in comune con lui. Le somiglianze sono da cercarsi piuttosto nella letteratura samizdat, nelle malinconiche allegorie di Koestler, Makine, Pelevin, o negli ambigui simbolismi kafkiani. Il passo narrativo di Vaculík è intimo, sommesso: stende le nebbie e le dirada in un sussurro che resta enigmatico fino alla fine.
L’incanto qui prende avvio dalla decisione di un gruppo di uomini, alla fine degli anni Sessanta, di attraversare la Moravia per recarsi al monte più alto della regione, il Praděd. Fin qui tutto normale. Se non fosse che si tratta di una meta lontana, alta e leggendaria, poiché, si dice, dimora del Praděd, appunto, che letteralmente significa «bisnonno», ma che in realtà rappresenta lo «spirito silvestre». Se non fosse che questi uomini decidono di arrivarci a cavallo e a piedi: una giumenta bianca, cinque sauri e un carro. Se non fosse che sperano di mantenersi, lungo la strada, proiettando in locali di fortuna, alla gente del posto, documentari sui film e sui cavalli e alzando, in caso di poca affluenza, il prezzo del biglietto: «Tanto chi è sinceramente e profondamente affascinato dai cavalli, lo è pressoché a qualsiasi prezzo». E se non fosse che questi uomini sono guidati da Josef, improbabile preside di un «incredibile istituto educativo», composto da una piccola masseria in pietra appartenuta a un kulak, in cui quindici allievi apprendono i rudimenti di agraria. Negli articoli ufficiali, la scuola appare come un «innovativo laboratorio pedagogico», ma in realtà Josef «teneva semplicemente a che le mucche venissero nutrite, i cavalli strigliati, il portone verniciato. E gli allievi che almeno ne traessero il vantaggio di una vita all’aria aperta. Ma quale pedagogo, un contadino illuminato, ecco cos’era!».
Ed ecco cos’è la Moravia, e la Cecoslovacchia, di Vaculík, classe 1926, intellettuale famoso in patria, membro del Partito comunista ceco dal 1946, espulso come dissidente nel 1967, tra i promotori di Charta 77, ricomparso ufficialmente in libreria soltanto dopo la Rivoluzione di velluto del 1989: un luogo dove nulla è ciò che appare, eppure dove tutto è ancora così puro e semplice da sembrare favolistico. Un luogo in cui le incursioni nel truce passato dei «Libri neri» – i verbali processuali che nei Medioevo si stilavano nelle stanze della tortura, allestite proprio nei luoghi attraversati dal gruppo di cavalieri – si alternano alle dolci attenzioni di una donna maliziosa e simbolica incontrata a Kutná Hora, proprietaria di Jirina, morbida gatta-strega. Un luogo in cui la geografia onirica si confonde con quella turistica, la malinconia con il mistero.
Redatto tra il 1966 e il 1969, completato da un poscritto del 2001, che in quattro pagine dedicate agli epiloghi esistenziali dei protagonisti tirano le somme di trent’anni di vita e di cambiamenti economici, sociali e politici di una nazione che ha anche cambiato denominazione Con i cavalli in Moravia suggerisce il viaggio, con i suoi disagi, litigi, eccezioni e agnizioni, come reazione alla stagnazione del totalitarismo. E suggerisce la meta da raggiungere come puro sollievo semantico: si può non arrivare mai, l’importante è partire, andare e scriverne.