
Jan Weiss
Il palazzo a mille piani
traduzione italiana di Chiara Baratella
titolo originale: Dům o tísíci patrech
Edizioni Santi Quaranta,
Treviso, 2005.
il libro
Il palazzo a mille piani è un romanzo assolutamente originale nel panorama della letteratura cecoslovacca della fine degli anni Venti. Il suo autore, Jan Weiss, è annoverato, a giusto titolo, fra i padri della science fiction ceca per aver creato una prosa suggestivamente sperimentale in cui si compenetrano onirico, fantastico e realtà, dove il sogno ha le caratteristiche dell’allucinazione, la realtà dell’incubo, la fantasia della tragedia. Ci si immerge così nella proiezione fantastica di un luogo assurdo claustrofobicamente racchiuso in un’enorme e inaccessibile torre di Babele che l’ambizione del suo proprietario vorrebbe innalzare fino al cielo.
Il romanzo dà forma letteraria alle allucinazioni e agli incubi con cui l’autore nutriva la sua febbrile fantasia: la tormentata e sofferta esperienza della guerra, vissuta in prima persona, non resterà infatti estranea alla sua opera. Mandato a combattere sul fronte russo, Jan Weiss fu fatto prigioniero e cadde ammalato. Segregato nella cosiddetta baracca della morte di un campo di prigionia, per mesi la febbre lo avrebbe consumato procurandogli allucinazioni tanto realistiche e dettagliate da restargli impresse nella memoria per anni, quasi più concrete della realtà stessa. Le tracce profonde di quelle dolorose vicende confluiscono con tutta la loro vivida tragicità nella sua prosa, pervasa di elementi di angosciosa precarietà, di insicurezza di sé e del mondo attorno.
Pubblicato nel 1929, Il palazzo a mille piani è un romanzo dell’utopia nel quale la dimensione fantastica riflette in trasparenza la realtà del tempo, di cui Weiss dà una lettura sostanzialmente critica. Esso si struttura su i due livelli del racconto e dell’allegoria i quali, senza soluzione di continuità, si compenetrano fino a fondersi, in un intreccio in cui, fra realtà e sogno, fra intimismo ed impegno sociale, si moltiplicano percorsi e significati. Da un lato l’allegoria del capitalismo, per come lo vide e intese Jan Weiss, dall’altro l’allegoria dell’evoluzione interiore dell’individuo, del suo percorso verso la consapevolezza del mondo.
Chiara Baratella
l’autore
Nato a Jilemnice nel 1892, muore a Praga nel 1972. Jan Weiss è uno dei padri fondatori della science fiction nella letteratura ceca. Autore di racconti sulla Prima Guerra Mondiale (Bláznivý regiment) e di prose di genere fantastico e di introspezione psicologica (Zrcadlo, které se opožd'uje, Dům o tisící patrech), scrisse anche romanzi aventi come tema possibili accadimenti futuri (Zeme vnuku).
Gli avvenimenti della Prima guerra mondiale influenzarono molto la sua opera, ove la realtà spesso si fonde con le allucinazioni del sogno, come è ben narrato nel suo capolavoro
Il palazzo a mille piani,
scritto nel 1929, nove anni dopo il suo ritorno dal fronte russo.
recensione in
Avvenire
11 febbraio 2006
Un detective nell’incubo. Lo scrittore ceco Jan Weiss narra un’utopia negativa, come «Il mondo nuovo» di Huxley o «1984» di Orwell. E se la rivolta contro il Grande Fratello fosse un po’ meno democratica di quanto pensiamo? Se l’individuazione del tiranno da abbattere non obbedisse soltanto al desiderio di libertà, ma anche alle ragioni, oscure e impresentabili, del pregiudizio? Dubbi che possono apparire bizzarri, ma che risultano più che legittimi dopo la lettura de Il Palazzo a mille piani dello scrittore ceco Jan Weiss, inquietante capolavoro della letteratura fantastica apparso per la prima volta nel 1929 e soltanto adesso reso disponibile al pubblico italiano grazie alla versione curata da Chiara Baratella per Santi Quaranta.
Particolare importante, la data di pubblicazione. Perché il ’29 è l’anno della crisi di Wall Street e della conseguente depressione socio-economica, anzitutto, e questo aiuta a comprendere come mai la minaccia del capitalismo selvaggio – servile con i ricchi e spietato con i poveri – incomba in modo tanto evidente sull’elaborata invenzione di Weiss.
Ma il dettaglio cronologico svolge un ruolo importante anche per quanto riguarda la storia del particolare genere al quale Il Palazzo a mille piani appartiene, quello cioè della distopia, l’utopia negativa inaugurata nel 1925 da Noi del russo Evgenij Zamjatin e destinata a culminare in opere divenute proverbiali come Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley (1932) e 1984 di George Orwell (1949).
Che il quadro fosse in realtà più complesso lo lasciava già intuire un lungo racconto edito da Bompiani qualche anno fa, Blocchi dell’olandese Ferdinand Bordewijk, una sorta di Mondo Nuovo tutto giocato sul paradosso geometrico e pubblicato nel 1931, in anticipo rispetto al romanzo di Huxley. Un invito a rivedere le coordinate geografiche dei nostri riferimenti, insomma, tracciando nuove linee di continuità e riscoprendo esperienze rivelatrici. Come quella di un altro grande autore ceco, Karel Capek, che per primo, nel 1921, adopera il termine «robot» per le macchine antropomorfe protagoniste del suo romanzo R.u.r. L’ambiente culturale è, appunto, lo stesso al quale appartiene Weiss, un intellettuale della piccola borghesia rimasto drammaticamente segnato dall’esperienza della guerra e, in particolare, dalle proibitive condizioni della prigionia.
Il Palazzo a mille piani è il resoconto del delirio di un soldato che, nel susseguirsi di allucinazioni sempre più dettagliate, si convince di essere l’infallibile investigatore Petr Brok. Un eroe di forte caratura metafisica, quest’ultimo, disposto a rinunciare alla propria memoria pur di ottenere il dono dell’invisibilità che gli consenta di aggirarsi indisturbato nei meandri di Mullerdón, la sconfinata città-palazzo edificata dal misterioso plutocrate Ohisver Muller. Adorato come una divinità, il magnate è in grado di spiare e di manifestarsi in ogni angolo del Palazzo a mille piani, nel quale non è difficile riconoscere l’immagine capovolta del Castello kafkiano: a Mullerdón, infatti, si entra con facilità, ma risulta impossibile uscire.
Con Kafka, dunque, si ritorna a Praga, si ritorna alla scrittura esoterica e visionaria di un autore come Gustav Meyrink, la cui lezione filtra in modo vistoso nelle pagine di Weiss. Si ritorna,
più che altro, al clima contraddittorio dell’Europa centrale tra gli anni Venti e Trenta, dopo il crollo degli imperi e prima dell’avvento del nazismo. E si prova un brivido nel momento in cui, giunto finalmente al cospetto dell’esecrando Muller, il detective Brok ha la rivelazione del tipico usuraio ebreo da vignetta antisemita o, se si preferisce, da illustrazione dei Protocolli dei Savi di Sion. Pregiudizi dell’epoca, d’accordo. L’epoca che
ci ha dato Kafka e i robot, l’Olocausto e il
Grande Fratello.
Alessandro Zaccuri